Quello che c’è da sapere sul pass verde italiano

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Certificato, o meglio ‘certificazioni verdi Covid-19’ all’italiana versus Green card europea: il governo italiano accelera tanto da voler anticipare l’Ue e ha introdotto con il decreto ‘Riaperture’ un pass verde nazionale, e anche i turisti stranieri potranno usufruirne. Il pass sarà operativo da metà maggio, mentre quello europeo sarà disponibile da metà giugno. Requisiti di base sono gli stessi: chi si è vaccinato contro il Covid-19, chi è guarito, chi ha fatto un tampone molecolare (o antigenico rapido) risultato negativo, avrà i pass.

Molto diversa la disciplina. Si vuole spingere le riaperture, anticipare la data di maggiori libertà, e soprattutto per non perdere il treno che riporta i turisti. Ancora di più anticipano anche – in ordine sparso – alcune regioni. Bisogna competere con Grecia, Spagna, Croazia, le ragioni economiche sono chiare. Tecnicamente è tutto da mettere a punto (anche giuridicamente si rimanda ad un Dpcm e a linee guida di altre amministrazioni). Tanto che, in attesa della piattaforma Piattaforma nazionale digital green certificate con cui integrare i dati delle Asl, e del sistema a Qr code, basterà il certificato cartaceo rilasciato da chi ha fatto il vaccino, il test, ha certificato la guarigione.

L’accelerazione sostenuta dal premier Draghi è acclamata pressoché da tutto il governo. Ma i pass così come previsti dal Dl Riaperture (il Dl 52/2021) hanno anche sollevato critiche, su fronti diversi. Ma cosa dice il nuovo decreto riguardo al pass vaccinale italiano, ‘le certificazioni verdi Covid-19’? Chi le ha può spostarsi tra Regioni o Province in zona rossa o arancione (articolo 2). Uguale maggiore libertà c’è per l’estero: ‘Consentono di derogare a divieti di spostamento da e per l’estero o a obblighi di sottoporsi a misure sanitarie in dipendenza dei medesimi spostamenti’, ovvero salta l’obbligo di quarantena. Chi ha la certificazione può accedere a particolari eventi ‘riservati’, sulla base di non ancora emanati provvedimenti di soft law, come linee guida elaborate dalla Conferenza Stato-regioni o dal sottosegretario allo sport (Art. 5). Linee guida nazionali o della conferenza Stato-regioni possono richiederle anche come condizione per l’ingresso a fiere, convegni e congressi (articolo 7).

Non è un unico pass, le certificazioni verdi COVID-19 sono diverse a seconda che attestino: il completamento del ciclo vaccinale, l’avvenuta guarigione da Covid o ancora l’esito negativo del test rapido o molecolare. Nei primi due casi sono valide 6 mesi, con il test 48 ore. Le prime critiche nette sono arrivate dal Garante per la privacy, ha rilevato ‘ gravi criticità’ tali da indurlo ad inviare un avvertimento formale al governo (23 aprile) perché se non corrette sono tali ‘da inficiare la validità e il funzionamento del sistema’ escogitato per la riapertura degli spostamenti durante la pandemia. Una linea ribadita anche in audizone alla Camera. Si parte dalla premessa: il Garante non è stato sentito prima, come previsto dal Regolamento generale per la protezione dei dati dell’Ue, una violazione procedurale macroscopica.

Le interlocuzioni (ex post) si sono poi avviate con il governo, nel merito resta necessario un ‘intervento urgente a tutela dei diritti e delle libertà delle persone’. In sintesi: non è stata scelta una base normativa idonea, si demanda la disciplina persino a provvedimenti di soft law, il provvedimento è incompleto in materia di protezione di dati, anzi non fa nessuna valutazione dei rischi su larga scala, mancano le finalità del trattamento dei dati, ‘lasciando spazio a molteplici e imprevedibili utilizzi futuri’, non è specificato chi sia il titolare del trattamento dei dati, viola il principio di trasparenza, usa troppi dati, non è previsto per quanto tempo i dati siano conservati. Il tutto per anticipare (un mese, secondo le previsioni) la Green card europea.

‘Il certificato italiano parte con un problema formale: il Regolamento generale per la protezione dei dati personali Ue (Gdpr) prevede che il Garante per la privacy debba essere sentito ‘durante l’elaborazione di una proposta di atto legislativo’, e ciò non è stato fatto. Poi, così come è disegnato, ha una serie di problemi sostanziali, viola diversi principi de Gdpr, a partire dal principio di minimizzazione. La green card europea, invece, rispetta il Regolamento generale per la protezione dei dati personali Ue, è come se fosse un semaforo, conterrà solo informazioni necessarie, come il nome, la data di nascita, la data di rilascio, le informazioni rilevanti sul vaccino/test/guarigione e un identificatore unico. Negli spostamenti verrà controllata solo la validità e l’autenticità del certificato, verificando chi lo ha emesso e firmato. I dati sanitari restano nello Stato membro che ha emesso il certificato’, spiega ad Askanews la giurista Vitalba Azzollini. Quindi ‘un Qr code che equivale a una semplice spunta, un flag verde. Il pass italiano invece prevede, come si legge negli allegati al decreto, molti dati personali, distingue tra malattia, vaccinazione, test, chiede dati anagrafici e tipo di vaccino. E sono dati particolari, ‘sensibili’. Infatti, come ha spiegato il Garante in audizione alla Camera, da un lato, il dato relativo alla guarigione presente nel certificato rivela la condizione patologica, se pur successivamente sanata, dell’interessato.

Dall’altro lato, anche dal solo fatto dell’avvenuta vaccinazione per soggetti che non rientrino nelle fasce di età da vaccinare secondo il criterio anagrafico, potrebbe evincersi, pur indirettamente, la sussitenza di patologie. Non è importante sapere se sei vaccinato o guarito ma solo se ricorre una delle condizioni necessarie per averlo, basterebbe quindi il semaforo verde. Invece nei moduli previsti dal decreto Riaperture è richiesta una serie di dati non necessari: questo va contro il cosiddetto principio di minimizzazione previsto dal Regolamento europeo. Un principio che va di pari passo con l’obbligo di indicare le finalità che si vogliono perseguire con un certo strumento che prevede il trattamento dei dati personali. Ma nel decreto Riaperture manca alla base una sufficiente e puntuale indicazione delle finalità, ulteriori agli spostamenti, per le quali serve essere in possesso del certificato. Tali finalità saranno precisate da successivi atti di soft law, e ciò priva il trattamento dei dati di una base giuridica sufficiente’. E ancora ‘è violato il principio di trasparenza, perché non è indicato il titolare del trattamento dei dati, l’autorità, l’ente, l’organismo che ha la responsabilità del trattamento dei dati. Una mancanza che impedisce l’esercizio di diritti: se i dati sanitari del green pass sono sbagliati, ad esempio, non si conosce il destinatario dell’esercizio del diritto di rettifica che spetta ad ogni titolare.

Come si potrebbe chiedere la rettifica di dati che, se sbagliati, limitano la sfera delle libertà, se non è indicato il soggetto cui rivolgersi? E il diritto di rettifica è solo uno di quelli che spettano a coloro i cui dati sono trattati’. Nel provvedimento varato dal governo i pass sono in realtà solo abbozzati, instradati ma in una direzione sbagliata: ‘Il decreto-legge numero 52 prevede un Dpcm che conterrà delle specifiche tecniche e a questo livello è rimandata la consultazione con il Garante. Ma per integrare una base giuridica insufficiente servirebbe un altro decreto-legge non un Dpcm’, fa notare la giurista. I pass secondo il decreto infatti non serviranno solo per muoversi ma anche per partecipare a particolari eventi, ‘i rischi di violazioni, discriminazioni e discrezionalità aumentano e si amplificano, quindi sarebbe necessario – come ha evidenziato anche il Garante in audizione – circoscrivere di più ex-ante lo spazio rimesso alle determinazioni delle linee-guida’. Scendendo nella pratica c’è anche un profilo discriminatorio da tenere presente: ‘Chi non è vaccinato o guarito per spostarsi ha bisogno del tampone. La proposta del Parlamento europeo prevede il tampone gratis. Nella proposta italiana questo non c’è.

Chi è vaccinato non spende nulla per potersi muovere, partecipare ad eventi. Un’altra persona che non si è potuta vaccinare, e non per propria colpa ma perché non rientra nelle categorie anagrafiche già vaccinate, per muoversi deve fare il tampone e pagarlo. Questo crea una certa discriminazione. E il problema aumenta se si considerano le famiglie che si vogliono spostare o fare cose insieme’. A fronte di tutte queste criticità resta senza risposta una semplice domanda: ‘Qual è il senso di fare ora il pass italiano, che richiede anche altri provvedimenti attuativi per anticipare al massimo di un mese la green card europea?’. Una domanda che si è posto anche il presidente del Garante per la protezione dei dati personali, Pasquale Stanzione, il quale in audizione alla camera davanti alle Commissioni riunite Affari costituzionali, Giustizia e Affari Sociali, ha sottolineato ‘la mancata esplicitazione delle ragioni per le quali si sia ritenuto di introdurre delle certificazioni nazionali, in via provvisoria e anticipatrice rispetto a quelle previste, a livello europeo, dal draft di regolamento attualmente in discussione’.

L’anticipazione porta con sé rischi di confusione e sovrapposizioni, come già sta succedendo con le varie iniziative regionali che corrono per arrivare ancora prima, anche a causa della scarsa definitezza del decreto del governo. C’è già, ad esempio, la certificazione verde della Puglia, la smart card vaccinale della Campania, mentre la Liguria anticipa con un’ordinanza e la Lombardia prepara la sua piattaforma online. Il Garante per la protezione dei dati personali è già intervenuto per stoppare il CoronaPass Alto Adige, e ha aperto un’istruttoria per verificare il progetto di “certificazione verde” Covid della Provincia autonoma di Bolzano, secondo cui già dal 26 aprile solo i possessori possono accedere a determinate strutture ricettive, luoghi ricreativi ma anche di formazione, partecipare ad eventi e pratiche sportive. Una rincorsa per creare quello che ormai viene inteso come un salvacondotto, il via libera a spostamenti e riaperture, la ricetta/panacea per rilanciare turismo ed economia e dimenticarsi della pandemia. Ma in questo salvacondotto c’è un vulnus, una debolezza: equipara al vaccino e alla guarigione il test negativo (e il tampone molecolare all’antigenico rapido), ma il tampone fotografa solo il momento, impossibile sapere se il virus è in incubazione, impossibile avere la certezza che non si è contagiosi. Quindi dal punto di vista epidemiologico non garantisce una circolazione sicura delle persone, non dà la garanzia di viaggi o eventi covid-free. Cosa ne pensano gli addetti ai lavori? Il virologo Roberto Burioni con un tweet e poche parole ha espresso così il suo punto di vista: ‘Il tampone recente per avere il pass è un pericolosissimo controsenso.

Dal punto di vista medico gli unici che potrebbero muoversi con maggiore libertà sono i vaccinati e i guariti. Il resto è una sciocchezza’. Forse perché il punto di vista da cui partire non è medico: ‘Il pass italiano vuole anticipare quello europeo ma sarà necessario che sia uno strumento omogeneo e reciproco. E’ una spinta in avanti che ha comunque un elemento di debolezza nel tampone entro 48 ore: è un appiglio più debole rispetto alla vaccinazione e alla guarigione. Ma in questo momento non possiamo garantire a tutti il vaccino ed è quindi difficile fare a meno del tampone’, commenta ad Askanews il virologo Fabrizio Pregliasco. ‘Sicuramente – aggiunge – è uno strumento che vuole spingere alla circolazione delle persone in Italia, a richiamare i turisti. La cosa importante è che anche comprese le vacanze siano fatte con responsabilità. Fare affidamento sul tampone è un elemento limitante, che non dà una garanzia. E’ un rischio, ma quasi inevitabile’. Ed equiparare il tampone molecolare al rapido antigenico non è un ulteriore debolezza del sistema? ‘Senza dubbio, dal punto di vista della tipologia dei test, ma dal punto di vista pratico prevedere solo il tampone molecolare sarebbe complicato e anche troppo costoso, bisognerebbe offrirlo gratuitamente’.

Un altro limite da tenere presente, ché ‘i rischi dovuti ai limiti del sistema si possono ridurre con la ragionevolezza e il buon senso. Ricordando sempre che il pass non è un liberi tutti, l’attenzione deve restare, è fondamentale per evitare un prezzo pesante. Il pass non significa rischio zero’. Anche prevedere eventi riservati a chi ha il pass, magari in deroga a distanziamenti o altri limiti, è un rischio. Sono rischi che non si prende un epidemiologo o un virologo: ‘E’ una scelta politica, rispetto al disastro economico che si è trascinato dietro la pandemia. Il rischio se lo prende la politica, nel senso positivo: il politico che fa il suo mestiere decide’. Come virologo non è preoccupato rispetto all’uso di un pass simile? ‘Un po’ sì, dal punto di vista epidemiologico, però realisticamente è quello che si può fare adesso. Ci sono dei rischi, ci sarà un prezzo da pagare, bisogna esserne consapevoli. La realtà va affrontata’. Così, facendo di realpolitik virtù, la preoccupazione si sposta: ‘A questo punto è fondamentale che il sistema venga gestito al meglio. Sia a livello organizzativo che da parte delle persone’. Forse questo è ancora più preoccupante del rischio che il virus sfugga al tampone, come si è visto con i festeggiamenti dei tifosi interisti in piazza Duomo a Milano, come si è visto in Sardegna passata da bianca a rossa, come si è visto alla fine della scorsa estate. Questa estate c’è una carta in più a favore della partita contro il virus Sars-Cov-2 molto pesante: la vaccinazione. Allora, perché non aspettare la Green card europea e intanto vaccinare il più possibile? ‘Sarà necessario sicuramente, anche a fronte dell’arrivo di turisti stranieri, rendere i sistemi omogenei, altrimenti la confusione sarà ingestibile. Ma anticipare è una scelta politica.

In fondo se la maggior parte delle regioni italiane è in zona gialla al momento il pass è più simbolico che altro’. Questa, in fondo, è la chiave: un pass verde simbolo della riapertura dell’Italia. Alla domanda ‘ce n’era bisogno?’, non tutti risponderanno ugualmente.

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