Comitato Genitori Taranto: “Il Consiglio di Stato ha riconosciuto solo le ragioni dell’azienda”

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“La sentenza del Consiglio di Stato, tra le ragioni dei cittadini e le ragioni dell’azienda, ha ritenuto più fondate le ragioni dell’azienda. Ne prendiamo atto. Questa pronuncia non riduce, ma aumenta la nostra determinazione nel condurre con ancora più vigore la lotta per la tutela dei diritti inalienabili dei cittadini esposti ad un rischio sanitario inaccettabile”.

È quanto dicono i rappresentanti del comitato Genitori tarantini determinati a proseguire assieme al Comitato Cittadino per la Salute e l’Ambiente a Taranto, all’associazione PeaceLink, al comitato Quartiere Tamburi, ad Articolo 32, a LiberiAmo Taranto e Lovely Taranto.

La nota fa riferimento alla sentenza con cui il Consiglio di Stato ha annullato l’ordinanza del Tar, sezione di Lecce, che riconoscendo la legittimità dell’ordinanza del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, disponeva lo spegnimento dell’area a caldo dell’ex Ilva.

Tale rischio sanitario inaccettabile è attestato dalla nuova valutazione danno sanitario (VDS) che certifica per il futuro un elevato rischio cancerogeno in base all’attuale autorizzazione integrata ambientale a 6 milioni di tonnellate/anno per l’azienda”, ricorda il comitato. “Siamo in presenza, inoltre, di eccessi di mortalità anche recenti calcolati fino al 31 dicembre 2020 nei tre quartieri più vicini al polo industriale, accertati con i dati dell’anagrafe comunale”, va avanti il comitato Genitori tarantini. “Infine sono emersi i gravi effetti neurotossici di piombo e arsenico sui bambini di Taranto che vivono vicino all’industria pesante”, prosegue.

“Una sentenza favorevole alle ragioni aziendali non fermerà l’accertamento di tutti i danni alla salute e la nostra lotta per porvi fine. Assieme alle associazioni di Taranto ci faremo promotori di un’iniziativa di tutela multilivello che solleciti contemporaneamente la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia di Ginevra, la Commissione Europea di Bruxelles, tutti gli organi nazionali preposti alla tutela dell’infanzia e infine anche la Procura della Repubblica per quanto di propria competenza. Le nostre ragioni sono e saranno più solide di quelle dell’acciaio”, conclude il comitato.

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