Ex Ilva, Legambiente: “Governo riduca produzione del 50%”

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“Crediamo necessario ed urgente che il Governo disponga una integrazione della Valutazione del Danno Sanitario volta ad appurare la produzione annua di acciaio realizzabile in base all’attuale quadro emissivo dal siderurgico di Taranto da parte di impianti oggetto di rilevanti interventi prescritti dall’Aia ancora inattuati, a partire da quelli relativi alle cokerie da cui notoriamente provengono emissioni di sostanze tra le più nocive di quelle prodotte dallo stabilimento”. Lo dice Legambiente in una lettera inviata al premier Mario Draghi e ai ministri della Transizione Ecologica, Salute, Sviluppo Economico, Lavoro e Politiche Sociali, infine Sud e Coesione Territoriale, chiedendo il dimezzamento della produzione di acciaio a Taranto.

Firmata per Legambiente dal presidente nazionale Stefano Ciafani, da Ruggero Ronzulli, presidente regionale della Puglia e Franco Lunetta, presidente di Taranto, la lettera è stata diffusa stamattina a poche ore dall’incontro che oggi alle 17 il ministro Mara Carfagna avrà in video call con i sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil e alla vigilia del vertice di domani sull’ex Ilva al Mise, alle 12, presieduto dal ministro Giancarlo Giorgetti, presente il ministro Andrea Orlando. In attesa “della realizzazione di tale integrazione – scrive Legambiente su ex Ilva – chiediamo che il Governo, con decretazione d’urgenza, abbatta in via prudenziale del 50% la capacità produttiva massima attribuita agli impianti attualmente in uso, portandola da 6 a 3 milioni di tonnellate annue”.

“Si tratta di misure a nostro avviso indispensabili -afferma Legambiente- per salvaguardare il diritto alla salute dei cittadini di Taranto e per restituire loro una fiducia nello Stato gravemente compromessa da un decennio segnato dalla continua proroga delle scadenze stabilite dalle prescrizioni Aia, che la pur giusta e importante decisione di segno inverso recentemente assunta per la batteria 12 delle cokerie non può cancellare”. Secondo Legambiente, “qualunque nuovo Piano industriale posto a base di un processo di decarbonizzazione che porti in tempi ragionevoli – e non biblici – alla fine del ciclo integrale basato sul carbone prevedendo da subito, insieme a forni elettrici, l’avvio della rivoluzione dell’idrogeno verde per la produzione di acciaio, debba essere sottoposto al vaglio di una scrupolosa valutazione preventiva dell’impatto ambientale e sanitario tale da scongiurare a priori la possibilità di nuovi malati e morti attribuibili ai processi produttivi”.

L’altra “grande questione” su cui Legambiente sollecita al Governo “attenzione ed interventi che, anche in questo caso con urgenza, segnino una discontinuità con il passato e’ la bonifica dei suoli, della falda e dei fondali marini contaminati da decenni di sversamenti, non solo dell’ex Ilva, con particolare riguardo al Mar Piccolo di Taranto, da un lato, ed alle aree rimaste nelle disponibilità dei commissari di Ilva in amministrazione straordinaria dall’altro”.

Sul Mar Piccolo, dice Legambiente, “crediamo sia giunto il momento di passare dagli studi e dalle analisi ai fatti, utilizzando le risorse già stanziate, ed altre cui si potrebbe attingere attraverso l’utilizzo dei fondi europei del Just Transition Fund, per avviare la bonifica delle aree destinate alla mitilicultura e di quelle in cui sono già previsti importanti interventi territoriali”. Inoltre, si afferma, “anche per le aree e per le operazioni di bonifica affidate ai commissari straordinari di Ilva c’è estremo bisogno di un cambio di passo, a partire dalla comunicazione al territorio, ai cittadini, di quel poco che è stato fatto finora, degli interventi programmati, dei loro tempi ed esiti attesi”.

“Finora -afferma Legambiente- questa comunicazione non è avvenuta e i cittadini ignorano quante delle cospicue risorse rivenienti dalla famiglia Riva e destinate alla bonifica siano state già spese, e per fare cosa, quante impegnate, quante ancora in attesa di una destinazione, e con quali ricadute sul territorio e sull’ambiente”.

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