A cosa servono le Università di agraria?

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Bari vanta più di una Università di agraria di livello internazionale dove studiano ragazzi di ogni parte del Mediterraneo (e forse anche di altre parti). Ma perché insegnare -a spese del contribuente italiano ed europeo- a questi ragazzi come produrre altrove i nostri prodotti facendo subire ai nostri contadini la concorrenza estera che profitta dei salari di fame di quei Paesi di provenienza di quegli studenti? Potrebbero imparare a coltivare le banane o il caffè e invece no, si parla di ulivi e delle altre piante delle nostre terre. Non si sa quale ragione abbia portato a tale situazione dannosa per i nostri contadini; certo è che l’agricoltura di questi Paesi amici -ma concorrenti- beneficia delle nostre migliori menti in agraria mentre i nostri contadini no; contadini che si devono arrangiare con quello che sanno e dispongono come peraltro hanno imparato a fare dai loro genitori (anche loro lasciati a se stessi da secoli)!
Questa riflessione non deve suonare come una critica o un rimbrotto verso quelle prestigiose Università internazionali visto che l’arte di arrangiarci ci ha permesso di creare il distretto agroalimentare migliore del mondo che non sarebbe riuscito così fantastico se avessero messo le mani i professoroni di agraria!! Distretto dal quale i professoroni e loro discenti cercano giustamente (come tantissimi altri) di prendere ispirazione! ma il costo di queste Università e la concorrenza ineguale restano; e non solo; ad esempio alcuni giovani studiosi salentini si sono accorti grazie ad approfonditi studi che un ettaro di uliveto trasforma varie tonnellate di famigerata CO2 in benefico ossigeno. Hanno così spiegato come mai andare anche solo per una passeggiata in campagna da noi significa sentirsi più giovane di vent’anni; questi giovani studiosi hanno trasformato il concetto stesso di agricoltura; cioè ci hanno detto che, nell’ordine: a) certe crociate anti CO2 servono (almeno per noi che viviamo immersi negli ulivi da secoli) solo per spillare altri soldi al contribuente; b) che le nostre Università ancora preoccupate della destinazione precipuamente alimentare dell’agricoltura sono molto indietro rispetto a questi giovani studiosi liberi meridionali; c) che l’intero nostro sistema economico “terrone” è molto più sostenibile di ogni altro modello che ci vogliono far credere essere migliore del nostro.
Come mai i nostri professori di agraria non hanno mai rilevato questi aspetti che avrebbero modificato -e ancora possono farlo- profondamente la considerazione già elevata che il mondo intero ha del nostro ambiente e del nostro modello di vita e di lavoro? E come mai non cominciano ad entrare in questo settore il più presto possibile anche vista la condizione della ulivicoltura salentina che i malpensanti dicono essere stata uccisa anche da loro?

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