Esposizione all’amianto e morte per tumore, dopo la sentenza di Taranto Deandri (Anmil): “Il Ministero della Difesa non ritardi il risarcimento”

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“Tutti i soldi del mondo non possono riportare in vita un lavoratore morto per essere stato esposto all’amianto, deceduto dopo tre anni di sofferenze indicibili, né tanto meno possono ridare il padre a una famiglia”. Lo dichiara il tarantino Emidio Deandri, vicepresidente nazionale Anmil (Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro), commentando la sentenza a favore degli eredi di un uomo morto per asbestosi.

Il 16 maggio scorso, infatti, la sezione Lavoro del tribunale ionico ha emanato una sentenza che ha riconosciuto il risarcimento del danno non patrimoniale “iure hereditario” per 167.565,74 euro che dovrà essere corrisposta dal ministero della Difesa e dalla Chiome Srl (azienda operante nell’indotto dell’Arsenale), alla moglie e ai due figli di un uomo morto per carcinoma polmonare dovuto all’esposizione ad amianto durante la sua attività di carpentiere saldatore elettrico e tubista svolta -prevalentemente- nell’arsenale della Marina militare di Taranto dove si occupava di lavori di manutenzione, riparazione e revisione di macchinari a bordo di navi militari. Il nesso tra la malattia professionale e l’attività lavorativa è stato accertato dal perito nominato dal giudice.

“Speriamo che almeno in questo caso il dicastero non continui nel suo comportamento stigmatizzabile”, continua Deandri evidenziando che “come Anmil sappiamo di sentenze passate in giudicato da due e persino tre anni che devono essere ancora eseguite costringendo così il lavoratore a ricorrere, attraverso i suoi legali, a un “giudizio di ottemperanza” al Tar, un comportamento il cui proprio il ministero della Difesa eccelle: i tempi si allungano e la macchina della giustizia si ingolfa”.

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