La mia “Rivoluzione”, intervista a Enrico Ruggeri

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Da subito ha avuto contezza di quello che avrebbe voluto fare da grande. Avrebbe mai pensato che il Suo percorso professionale sarebbe stato caratterizzato proprio dalla musica?

A dire il vero non lo immaginavo, sapevo invece che sarei stato a contatto con la musica per tutta la mia vita. Il destino è stato benevolo nei miei confronti, le cose sono andate bene. Volevo suonare, scrivere, raccontare cose.. per cui sono partito subito, senza un piano B.

Oggi l’approccio musicale per i giovani e le rispettive famiglie, appare più semplice per la maggiore presenza di scuole di musica, oltre che per i vari talent show e programmi in tv.
Qual è stato l’approccio della Sua famiglia invece, quando ha deciso di lasciare la facoltà di giurisprudenza a cui era iscritto, per dedicarsi esclusivamente alla musica?

I miei genitori non erano molto contenti della mia scelta. Mia madre è andata avanti a pagarmi le tasse all’università anche dopo, quando facevo i dischi. Ha smesso di pagarmele solo quando nel 1987 ho vinto Sanremo con “Si può dare di più” (con Gianni Morani ed Umberto Tozzi, nda). Due anni prima le avevo comprato la casa nella quale viveva in affitto, ed in quel momento le dissi “Ti compro la casa, ma smetti di pagarmi le tasse all’università.. tanto non ci torno!”. Si sono tranquillizzati quando hanno iniziato a vedere i risultati.

In merito al rapporto con Suo padre, ha dichiarato apertamente fosse un po’ strano, depresso. Quanto ha inficiato questo tipo di figura paterna, nel rapporto genitoriale con i Suoi figli?

Ho cercato di non commettere gli stessi errori che ho subito, cercando di essere un padre presente. Oggi nel mondo del web, dove un ragazzo passa in media 5-6 ore davanti ad uno schermo, da quando ha 12 anni in avanti, purtroppo il ruolo del genitore è più complicato, forse anche meno incisivo.
Indubbiamente la presenza e la qualità della presenza sono importanti.

Che consiglio darebbe a chi vive con casi di depressione e come reagire al caso in cui ci fosse il rifiuto all’aiuto?

Se uno si rompe la gamba, mette il gesso e capisci che sta male. Per la depressione invece non si capisce bene. È importante studiare, informarsi e non vergognarsi a chiedere aiuto. È un problema serio di cui si parla troppo poco o addirittura non se ne parla, soprattutto quando a viverlo sono i familiari.

Tra i Suoi figli Pico è l’unico che ha seguito il Suo percorso musicale. Lo ha sostenuto?

Pico ha fatto 3 album. Nemmeno poi tanto il mio percorso. È uno che va in giro, viaggia per il mondo, cerca di conoscere vari aspetti delle società, delle religioni. È un introspettivo che cerca la sua strada. Il mondo della musica oggi è molto duro, spietato, molto competitivo, aggressivo, quindi posso capire che a un certo punto non abbia più avuto voglia di stare a passare la giornata su Instagram a fare lo storie, come fanno la maggior parte dei cantanti.

Ha sempre dichiarato che il successo non è per Lei basato sul numero della gente presente ai concerti o dal conto corrente bancario, ma dalla capacità di chi, una volta raggiunto, lo condivide con chi non ha la stessa fortuna. Lodevole è il Suo impegno nella Nazionale Italiana Cantanti, di cui è attualmente Presidente.

Con la Nazionale abbiamo realizzato cose meravigliose, raccogliendo quasi 100 milioni di euro. Abbiamo rimesso in circolo la fortuna che abbiamo avuto nella vita. Purtroppo in questo mondo i soldi sono diventati una qualità morale. Chi la pensa in questo modo però resta infelice, perché uno più ricco di te, quello che ha la macchina, la barca o la casa più grande, poi lo trovi sempre. Quel tipo di insoddisfazione competitiva non fa bene all’arte. Gli Artisti invece sono quelli che pensano al proprio percorso e non a quanto guadagnano.

Il Suo nuovo album LA RIVOLUZIONE guarda al futuro con una riflessione al passato e al presente. Pare il racconto di chi ha più anni alle spalle che davanti a sé. Può essere rivolto anche ad un pubblico molto giovane?

Perché no? Mi rivolgo ad un’elite dell’anima, a persone che hanno voglia di scavare un po’ più a fondo. E’ un album che parla di vita e molti ventenni ad esempio, che lo hanno apprezzato, iniziano a capire che il mondo non è proprio quello che si aspettavano e si pongono delle domande.

L’approdo su Tik Tok è dunque modo per avvicinarsi ulteriormente alla Generazione Z?

Tre anni fa avevo insegnato per un anno Storia della Musica al conservatorio G. Verdi a Milano, e le mie lezioni erano molto seguite. Da qui l’idea di condividere la musica anche sulla piattaforma cinese. Non è il contenitore sbagliato, la differenza dipende da te e da quello che ci metti dentro.

Cantante, cantautore, scrittore, conduttore televisivo e perfino doppiatore di uno dei personaggi di The Simpson (Rabbino Hyman Krustofsky, padre di Krusty il Clown, nda). C’è qualcosa che manca al Suo curriculum?

Non penso. Ho scritto poco per il cinema, sempre per film stranieri. Mi piacerebbe scrivere una colonna sonora, chissà che un giorno accada.

Suo figlio nel 2015 ha partecipato a Pechino Express. Parteciperebbe ad un reality show?

No, non ne farei mai e non credo che nessuno me lo proporrebbe. Non sono un personaggio da gossip, sono abbastanza riservato, per cui credo ci sia un disinteresse reciproco.

Nella vita ha sempre cercato di distinguersi, andando spesso controcorrente rispetto a chi si è uniformato al sistema, senza aver mai timore di dire la propria in maniera costruttiva.
Discusso è stato ad esempio qualche tweet relativo al Covid, piuttosto che ai vaccini e alle mascherine. Posso chiederLe il Suo punto di vista in merito?

Ho sempre dato punti di vista filosofici e mai filologici, ammettendo di non avere alcuna competenza per parlare del Covid.
Avevo invece competenza da intellettuale, di dire che per me era sbagliato rinunciare a vivere per la paura di morire.
La libertà è il valore più importante della vita. A un certo punto il Covid è stata l’omologazione generale da parte della gente, che obbediva a degli ordini che non capiva, semplicemente per la paura di star male.
Ho semplicemente detto questo.

“Quelle che le donne non dicono” scritto per Fiorella Mannoia è un inno alla Donna. Nel brano la frase “I complimenti dei playboy” potrebbe essere inteso oggi, come cat-calling?

È una frase che oggi con il politically correct che c’è, sarebbe indubbiamente da riscrivere.
Quando l’ho scritta intendevo che le donne sono corteggiate dagli uomini, ma vorrebbero più attenzioni dal proprio uomo. Per fortuna faccio il cantautore e non il comico. Oggi poi non si può più scherzare su niente che tutti si offendono. Se dici “buonasera signori” uno si chiede “ma non ha detto signore!?” è incredibile quello che sta succedendo! Il male è negli occhi di chi guarda.

Potendo tornare indietro nel tempo e incontrare Se stesso a 20 anni, che consiglio darebbe?

In realtà non avrebbe bisogno di consigli. Enrico a 20 anni era impulsivo, difendeva la sua idea di vita e di musica. Gli direi di seguire la sua inclinazione, come ha fatto.

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