Jazz internazionale a Bari con il duo Manibè

C’è un gruppo musicale che esegue dal 2014 un’inedita ricerca timbrica ed etnica che spazia dai suoni alle latitudini sperimentando alchimie emotive.

Si può rintracciare anche su Facebook all’URL: https://www.facebook.com/duomanibe/

Le note del Duo Manibè sono un veicolo emozionale che pervade l’ascoltatore con vibrazioni immaginifiche, capaci di infondere visioni raffiguranti i luoghi da cui sono state tratte.

Spaziano dal ‘Soul Jazz’ alla World music nella sua accezione più estesa.

Dopo una tale esperienza, anche chi non ha mai visitato l’Africa o l’America meridionale ne conoscerà una parte sonora e infusiva di sentimenti di beatitudine ancestrale.

I componenti della formazione sono due musicisti baresi: Maurizio Lampugnani, percussionista e cantante, e Poldo Sebastiani, bassista e miscelatore di suoni esoterici estratti dalla ‘Loop station’: uno strumento elettronico in grado di fornire un contributo orchestrale di sottofondo alle musiche.

Due registi che, da soli, eseguono una piramide di armonie e melodie, canto e base orchestrale.

Fanno tutto da soli, sì, ma non basta. Quel risultato è completato dagli spettatori che ne ‘leggono’ il senso gnostico attraverso l’interpretazione sensoriale, non immediata ma spontanea. Corale.

Oltre all’attività di composizione e a quella concertistica, i due artisti sono impegnati in progetti individuali di colonne sonore di film e documentari, tournée e produzione di dischi con altri complessi.

Entrambi sono docenti di corsi di musica nella scuola media superiore: Poldo di chitarra e Maurizio di percussioni.

L’accostamento di due strumenti così differenti appare un po’ inquietante perché non c’è una storia passata, imperniata su questo studio.

Il concerto dell’11 febbraio 2024 fu ambientato nella sala del Duke Club di Bari. Non proprio un Auditorium, ma una sala musicalmente accogliente e imparziale.

Negli istanti preparatori l’aspettativa del pubblico era carica di curiosità per capire dove si voleva arrivare mischiando quelle due forme così poco omogenee.

Allora, il protagonista della scena fu quel controverso connubio strumentale che si andava velocemente sincronizzando negli sguardi di regia dei musicisti capaci, durante tutto il concerto, di evocare nel collega scrosci musicali e scale, arpeggiate un attimo dopo.

L’accordo operativo anticipava quello musicale, esteso in un linguaggio neurolinguistico sciorinato da impulsi visivi inneggianti trame strutturate.

Entriamo in contatto e ci caliamo nell’atmosfera di timbri ovattati, partiti non si sa da dove.

Poldo avvia il primo pezzo con gli arpeggi che tessono la rete del tema musicale, ciclica come un motivetto, su cui Maurizio imposta una scansione metronomica di livelli musicali, in crescendo, che vanno a sovrapporsi fino a formare la tela armonica a supporto della narrazione.

L’ambiente si colora immantinente di tramonti infiniti evocando macumbe e riti imprevedibili. Le orecchie assistono all’innalzamento della piramide concertistica sui livelli progressivi di motivi melodici appoggiati alle basi ritmiche. Anche queste ultime vengono organizzate su più livelli, con diversi strumenti e da arie combacianti, per inanellare collane sonore addomesticate dall’amplificazione elettronica.

Gli spettatori restano assorti nel viaggio, letteralmente immersi in uno stato d’animo liquido, ‘amniotico’, inconsueto ma pervasivo come un abisso marino dal quale si sta emergendo. Misterioso e accattivante insieme.

Ci si abbandona a un’esperienza insospettata e a promesse di sapori piacevoli da ascoltare. Niente è convenzionale, a cominciare dalla ‘finestra intima’ delle espressioni facciali di un percussionista ispirato fino all’imperturbabilità del bassista.

Quei fremiti sono il precursore dei suoni che seguiranno come l’annuncio di un editto primitivo proveniente dal Corno d’Africa e approdato per noi sulle rive del Mediterraneo, a riprodurne le origini geologiche.

Dopo esserci rasserenati che ‘è tutto a posto’, passati pochi minuti dall’esordio musicale, si possono cedere con fiducia i controlli sensoriali: in fondo è solo un film sinestetico a cui assistere ad occhi chiusi.

Sono contrasti che richiedono una compensazione continua e spasmodica tra ciò che si vede con le orecchie e ciò che si percepisce con gli occhi, nella semioscurità.

Queste sono le sensazioni che prova un ascoltatore la prima volta, posto già in sintonia con ciò che ancora non conosce delle dissonanze ricercate e dei timbri potenti su cui stanno spaziando magistralmente quei due.

Si può classificare come una musica spirituale, suggestiva, non sempre armonica ma armoniosa e, talvolta, morbida.

Chi ascolta deve ‘unire i puntini’ dei battiti e delle virtuose esplorazioni strumentali e fare suo il discorso musicale proposto, che mai è scontato. Sempre inedito.

Si susseguono alcune estensioni che impiegano uno Shaker con la forma di un ‘barattolino’ e un altro che assomiglia a un binocolo, contenenti dei semi agricoli. Producono il tipico suono sibilante e suasivo di sonorità erpetologiche, di crotali che scandiscono il loro tempo ‘leccando’ l’aria circostante sul terreno sabbioso. Dopo due battute interviene la zucca africana, che scandisce il tempo chiave del componimento.

Il terzo livello, nidificato sui precedenti senza soluzione di continuità, è la voce di Maurizio che declama parole scarne, ossessive, testimoni di tempi e di luoghi molto lontani.

Il testo ruota iterativamente intorno al motivo semantico a cui è dedicato il titolo del pezzo: Axè (si pronuncia Ascè), una parola portoghese che connota il sound brasiliano.

È tratto dall’album Landscape. Paesaggio, e come potrebbe chiamarsi diversamente?

La grafica di copertina è opera di Poldo.

Il discorso vocale si articola intorno a un Jingle, un tormentone cadenzato difficile da dimenticare.

Il ritornello declama la parola “Semb mmà” (Leone) dedicato da una comunità della Guinea alla stazza leonina del percussionista. Il pezzo si conclude con un virtuosismo fatto da sillabe e da fonemi onomatopeici declamati in una sorta di dialogo imitativo in scioltezza linguistica.

Qui niente è convenzionale, a partire dal sovvertimento di ruolo dell’armonia da parte di una melodia appena abbozzata.

Dopo il primo pezzo, l’assuefazione è completa e l’ambientazione è collettiva, a giudicare dalla qualità degli applausi.

Questo gruppo non è per tutte le orecchie ma porge strati di comprensione progressiva a chiunque.

È utile affacciarsi con umiltà all’approccio sciamanico dei due musicisti. Nessuna cultura musicale è necessaria. Anzi, più l’approccio è verginale e prima si entra in sintonia con il sorriso comunicativo del cantante, strizzato alle note attraverso gli occhiali da vista mentre picchietta emozioni viscerali in chi ascolta.

Si realizza un ‘entanglement sonoro’, di congiunzione a distanza tra lo strumento e la ‘pancia’ dello spettatore, prodotto dal contatto martellante su un tamburo tribale fuoriuscito da qualche villaggio amazzonico.

I due ricercatori non sono dei neofiti. Hanno già riscosso un GOLD MEDAL WINNER ai Global Music Awards 2020 (sono solo 9 i progetti vincitori nel mondo) e l’OFFICIAL NOMINATION all’Hollywood music in Media Awards 2021 con il brano “Supreme allucinations”.

Così come Poldo scava i suoni elettronici dai due strumenti che padroneggia – dalle corde del basso ai tasti della ‘loop station’ – Maurizio fa affiorare impulsi vibrati dallo Zenko akebono: uno strumento formato da una cupola ramata e incisa da sinuose fenditure simmetriche che reagisce al tocco ‘soffiato’ di sapienti carezze e al rullio delle apposite bacchette.

Sotto il tocco di Maurizio passano diversi altri strumenti esotici come: le Congas (tamburi cilindrici con la base affusolata); il Cajon, su cui si siede il percussionista, che è uno strumento molto utilizzato nel Flamenco e ha la forma di un parallelepipedo dotato di sonagli.

La collezione è composta da molti altri elementi, utilizzati per specifiche sonorità.

Si viene così avvolti in una seduzione sensuale che entra nel circolo dell’umore nella parte Simpatica del sistema nervoso per sedurre quella limbica del cervello, istintiva, non condizionata dalla ratio prefrontale.

Il secondo brano è Hide Life, che nasconde risonanze ammiccanti, sontuose e vocalismi suadenti.

Ad esso segue, con malcelato orgoglio prima dell’esecuzione, la rivelazione dell’ispirazione filiale di Maurizio nel brano ‘My son’s smile’, che ricorda i suoni neonatali del suo primo figlio, riprodotti con i toni brillanti dei riflessi marini.

Manibè è il titolo di un altro pezzo basilare del repertorio, che dà il nome alla formazione.

Tra un brano e l’altro ci raccontano di quando hanno ascoltato quelle sonorità vivendo in Guinea, in Senegal, in Brasile e se ne sono innamorati formando una catena di attinenze fonetiche, personalissime quanto contagiose di una simpatia primordiale.

Tutte le musiche che si susseguono nel concerto sono state composte dai due musicisti.

Il produttore musicale è l’etichetta ‘Music for Love’, il cui nome recita della passione che comunicano con i gesti e con una mimica ispirata, che racconta anche più di ciò che si ascolta.

Si tratta di un’organizzazione umanitaria a cui sono devoluti tutti i proventi delle vendite dei loro CD, a partire dal 2019, i cui fondi sono destinati a costruire pozzi, scuole e altre infrastrutture indispensabili alla vita di chi ha regalato a loro quella cultura musicale. Un dono ricambiato.

Nel contesto del concerto si diventa spettatori olistici, dopo aver superato l’imbarazzo iniziale di aver violato un’intimità, tradita dai muscoli facciali, mentre suonano.

Loro stessi dispensano il pubblico da quel primo turbamento, confermando con le parole quello che si era già capito dei loro trascorsi girovaghi passati tra spartiti, popolazioni, meridiani terrestri agli antipodi e realtà misconosciute.

Raccontano di progetti per la costruzione di scuole e di ospedali e di periodi vissuti in luoghi pennellati da una natura generosa e inesorabile, carica di tutti i colori della tavolozza di un pittore divino.

Il racconto musicale è intervallato da assoli d’alta scuola al basso che lo inframmezzano e lo impreziosiscono.

Quel Basso è un’autentica ‘macchina da musica’ completa, in grado di produrre frequenze rare, inseguite dal chitarrista nel vento di selvagge influenze iniziatiche.

La rassegna si conclude con il brano Salamalè, un autentico rovello che insidia l’ascolto come se si fosse al centro di una tribù senegalese, in piena savana, tra battitori preposti a tenere lontane dal Totem Potu presenze selvatiche poco rassicuranti.

Dopo l’ultimo brano, lo scroscio prolungato di applausi, tributato in piedi dal pubblico, decreta l’approvazione, non soltanto di uno sposalizio alchemico e sincretico tra basso e percussioni, ma soprattutto della motivazione degli artisti che ne hanno fatto una scelta di vita e una dedizione esistenziale per le popolazioni a cui sono destinati i fondi raccolti.

Chi vuole può accedere al disco ascoltandolo su piattaforme come YouTube e Spotify.

Se si vuole partecipare all’iniziativa filantropica per dare un impulso di vita a quelle genti africane con il proprio gesto, in armonia con la fatica musicale dei due autori, ci si può regalare il CD acquistandolo da AMAZON, al link: https://www.amazon.it/gp/product/B08249P5TP/ref=dm_ws_sp_ps_dp.

Il doppio gradimento è assicurato.

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