Un bel dilemma: é incompetenza o solidarietà pelosa e populista?
Strategia d’Opposizione?
Non ci riferiamo certo alla cittadinanza di Cerignola che, forse, non sa nemmeno cosa sia successo. Ci riferiamo al Consiglio Comunale che da quella cittadinanza è stato eletto.
Ma cosa è successo? Ebbene, mercoledì 14 Agosto 2024, sul giornale on line “Zona Franca”, è apparso un brevissimo articolo dal titolo “Appalti affidati dal Comune. Nella patria di Di Vittorio (NDR: politico, sindacalista, antifascista) approvato il salario minimo di 9 euro” di Antonella Cirese (https://zonafrancanews.info/2024/08/08/appalti-affidati-dal-comune-nella-patria-di-di-vittorio-approvato-il-salario-minimo-di-9-euro/).
Che dice l’articolo? Dice che “il Consiglio Comunale di Cerignola ha approvato alla unanimità la mozione per cui i lavoratori delle ditte appaltatrici per il Comune non potranno guadagnare meno di 9 euro l’ora”.
Ecco il corpo dell’articolo: ”Cerignola protagonista di un provvedimento che parte dal basso. Il consiglio comunale all’unanimità ha approvato la mozione per cui i lavoratori impiegati negli appalti affidati dal Comune di Cerignola non potranno guadagnare meno di 9 euro l’ora”.
E tutti dietro animati da una legittima solidarietà a favore dei disagiati e contro la cattiva politica.
A quell’articolo ha risposto, sul medesimo giornale on line, l’economista Canio Trione (https://zonafrancanews.info/2024/08/15/cerignola-contro-tutti/) che stigmatizza così: “Riteniamo che si tratti di norma inutile perché è probabile che questo già accada; ma se così non fosse è di tutta evidenza che il populismo di questo azzardo amministrativo fa a botte con l’interesse del contribuente cerignolese …”.
Ma la questione è molto più grave di quel che appare e non si può tralasciare.
Infatti, è una mozione che solleva molte perplessità perché il Consiglio Comunale introduce, senza averne alcun titolo e tracimando senza pudore dalle sue competenze, il vincolo del “salario minimo” che è oggetto di una proposta di legge in Parlamento presentata, dalle Opposizioni, il 4 luglio 2023.
Se è una proposta di legge, andiamo a vedere come stanno realmente le cose.
Intanto, nell’Unione Europea, su 27 Paesi, ben 21 hanno un salario minimo mentre i 6 Paesi senza salario minimo sono: Italia, Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia e Svezia. E’, anche, di tutta evidenza che il “salario minimo” debba essere strettamente connesso al costo della vita e all’andamento della economia domestica.
Allora andiamo a vedere quale è la situazione nel nostro Paese.
In Italia già abbiamo la “contrattazione collettiva” che stabilisce le minime retribuzioni per categorie, per classi di funzioni e mansioni, ed è affidata alle libere dinamiche fra sindacati e associazioni datoriali sulla base delle dinamiche del mercato e della inflazione.
Il salario minimo dovrebbe, invece, per definizione, essere determinato unilateralmente dallo Stato (o da Enti appositamente delegati) sulla base di parametri economici articolati e complessi per garantire una qualità della vita dignitosa per i lavoratori.
Sembrano parole ragionevoli se non significassero che così lo Stato interviene pesantemente nella economia reale influenzando le dinamiche non solo del mondo del lavoro ma anche dell’equilibrio della domanda/offerta. Ne risulterebbe una economia “drogata o ingessata”: un banale errore nella definizione della soglia, in più o in meno, potrebbe procurare gravi disastri difficilmente recuperabili. Se in più, il sistema economico potrebbe non sopportarlo; se in meno, il salario minimo potrebbe non rispondere all’obiettivo prefissato che è quello di salvaguardare la dignità del lavoratore. Si aprirebbero certamente stagioni conflittuali senza fine legate alla non semplice manutenzione “in tempo reale” dell’importo di salario minimo a cominciare dalle sue componenti: infatti i pacchetti retributivi, oltre al costo orario o mensile, contengono addendi variabili (benefit) quali trasporti aziendali, buoni pasto, vitto e alloggio…).
In sintesi: burocrazia impositiva, conflittualità perenne, lo Stato nella Economia. Di peggio non ci può essere!
Inoltre, se c’è già una contrattazione collettiva, risulta chiaro come il “salario minimo” debba interessare quelle categorie dove non arriva il potere contrattuale dei sindacati.
Il CCNL (Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro) stabilisce che il trattamento economico orario minimo non deve essere inferiore a € 9.
Ecco, quindi, un importo di riferimento. Assumiamolo per ipotesi.
Quindi, tutte le attività, dell’area non coperta dalla contrattazione sindacale e che operano con pacchetti retributivi sotto questa soglia, dovrebbero allinearsi.
Il risultato? Aumento dei costi d’impresa con i margini di guadagno che si riducono. Tutto ciò si scarica sui prezzi. In ogni caso diminuisce l’attrattività della azienda che: o viene aiutata dallo Stato tramite la fiscalità generale, o si delocalizza (addio ai posti di lavoro esistenti) o chiude (idem).
Dice Alessandro Raguseo, CEO e Co-Founder di Reverse (selezione del Personale): “I rischi di un’introduzione prematura del salario minimo, nella situazione attuale, sono chiari: irrigidimento del mercato del lavoro, costi aggiuntivi per le aziende e aumento dell’inflazione …bisogna arrivare alla introduzione del salario minimo in modo estremamente ponderato … “.
Siamo alle solite conclusioni: è necessario un progetto complesso e integrato; non populismo ma strategia.
Nella proposta di legge delle opposizioni non ce ne è traccia!
Andiamo al leggere il rapporto INPS su quanti e quali sono i lavoratori che guadagnano meno dei fatidici € 9.
Quanti? Quasi 2 mln di lavoratori.
Quali? Domestici, campi agricoli, hotel, vigilanza, pulizie, rider (ciclofattorini), …, con percentuali molto alte tra colf, badanti e chi è occupato nell’agricoltura. E’ tutta un’area di bassa qualità del lavoro.
Sul versante ISTAT (2020), invece, sappiamo che la “contrattazione collettiva” (impresa/sindacato), in media, garantiva €11,7/ora.
Se questi sono i dati INPS e ISTAT, nei volumi e nella qualità, è proprio necessario impelagarsi in un dibatto sul “salario minimo”? Non sarebbe più proficuo individuare soluzioni più efficaci e mirate tenendo conto che il costo della legge citata graverebbe pesantemente sulle famiglie (colf e badanti) e sulla agricoltura?
Sembra proprio che il dibattito sul “salario minimo” sia un ulteriore escamotage populista per creare confusione e artificiali argomenti di distrazione di massa da dare in pasto ad una opinione pubblica adeguatamente disinformata.
Ciò non toglie che i salari, in Italia, siano vergognosamente bassi rispetto alla media europea; ma la loro crescita non passa certamente attraverso la legge sul ”salario minimo”: ben altro è necessario e non può essere risolto riducendolo alla pillola della proposta di legge parlamentare.
Tornando invece alla mozione del Consiglio Comunale di Cerignola, se si dà credito ai dati sopra esposti, risulta molto difficile che si possa candidare ad un appalto comunale una azienda di colf e badanti, di rider e di lavoratori di campi di pomodori.
Ma, quand’anche ipotizzassimo, per assurdo, questa eventualità, è legittimo che un Consiglio Comunale fissi un “salario minimo” che sarebbe di stretta competenza del Parlamento e dello Stato? Sarebbe legittimo che un Consiglio Comunale introduca un vincolo di così grande portata nella emissione dei propri bandi di gara? Abbiamo dei fortissimi dubbi di natura costituzionale e di normativa europea.
Rimane il quesito: che senso dare alla mozione del Consiglio Comunale di Cerignola? E qui ritorna, prepotente, il titolo dell’articolo.
*Presidente “Sistema Paese” – Economia Reale & Società Civile

