Regaliamo pugliesità?

Apprendiamo dalle colonne del Pugliasera che a Foggia una multinazionale dell’agroalimentare assume a tempo determinato alcune centinaia di persone per la lavorazione del pomodoro. Riteniamo che la retribuzione sarà in linea con quelle sindacali ma sarebbe opportuno chiederlo ai futuri assunti.

Naturalmente si parla e propaganda la eticità dell’intera filiera probabilmente perché tutti sanno che questo è il tallone di Achille di ogni industria.

Si parla di centinaia di migliaia di tonnellate di pomodori pugliesi da trasformare con tecnologie all’avanguardia. Tutto bene dunque? Dobbiamo ringraziare questo provvidenziale imprenditore?

Il prezzo di acquisto del pomodoro pare sia sotto i venti centesimi al chilo. Ci auguriamo di essere presto smentiti, ma temiamo che risponda a verità! Quindi la competitività del prodotto finito è per la massima parte da attribuire ai contadini che offrono il risultato del loro lavoro e di quello dei loro dipendenti a prezzi irrisori. Questo prezzo costringe al ricorso a manodopera irregolare? Dicono di no, e se è così come vogliamo credere, vuol dire che la raccolta e altre operazioni culturali sono state in gran parte meccanizzate per NON assumere che pochi addetti cioè producendo disoccupazione!

Gli investimenti occorsi e il macchinario acquistato ed installato per velocizzare la produzione e evitare la assunzione di troppi dipendenti da chi è stato sopportato? c‘è stato qualche aiuto pubblico come spesso accade alle multinazionali? E di quanto?

Quindi questa multinazionale per sintesi: a) paga la materia prima ai contadini ad un prezzo concordato ma basso, b) paga a molti dipendenti, spesso stranieri, salari non certo dirigenziali e solo per alcuni mesi, c) ha investito in macchinari provenienti da tutto il mondo per ridurre l’occupazione locale, d) è di conseguenza concorrenziale sui mercati internazionali creando difficoltà alle altre industrie di trasformazione locali e meridionali, e) toglie alle industrie locali una gran fetta di materia prima da trasformare ma f) paga un IMU e altri balzelli ai politicanti locali che diversamente nessuno gli avrebbe garantito.

Cioè capitale estero, manodopera estera, mercato estero, materia prima e identità locale.

Naturalmente la vendita è sostenuta dalla pugliesità dei pomodori sbandierata dai venditori che però quella pugliesità (pagata a meno di venti centesimi il chilo) tutto è (cultura, tradizione, lavoro da mane a sera, alacrità, clima,…) tranne che industria meccanizzata e robotizzata.

È questo il futuro del Sud? È questo il progresso? La modernità? Il sogno della politica meridionalista? È questo il mondialismo e l’europeismo che vogliamo? È questo che si vuole realizzare con la Zes? A voi l’ardua sentenza!

Se il costo degli impianti è stato ammortizzato, se l’investitore ha portato a casa un buon profitto, cosa intende fare? Rimanere a vendere la nostra pugliesità e tipicità per altri cento o mille anni? Comperando pomodori a meno di venti centesimi? In altri tempi per fare la stessa cosa servivano guerre che trasformavano i conquistati in colonie; non possiamo credere che le multinazionali vogliano essere i neo colonizzatori dei nostri giorni quindi restituiscano l’impianto ai veri creatori di valore e ricchezza, ai veri portatori di identità, agli unici che hanno diritto ad esserne i titolari e a garantirne la effettività -cioè ai contadini dauni fornitori di pomodori- che, opportunamente organizzati -da politici accorti e colti- in cooperativa, possano più e meglio di costoro parlare orgogliosamente della nostra identità. Identità che è nostra, inalienabile, e quindi non può essere regalata a chicchessia per produrre profitto a favore di capitalisti esotici; profitto che, se c’è, è di quelli che lavorano la propria terra cioè è nostro.

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