Fitch e l’avanspettacolo

Il Governo è in festa. L’Agenzia Fitch ha detto che l’Italia ha scalato una posizione in graduatoria. Che vuol dire? Che l’Italia ha preso un voto migliore dell’anno scorso all’esame annuale. Cioè, la valutazione (rating in inglese) è migliorata. In che materia ha preso questo voto? Nella sua capacità di essere solvibile. Quando si ha a che fare con un debitore o con chi chiede un prestito, è buona norma indagare se egli sia in grado di restituire il debito. L’Italia, quindi, da allieva, ha fatto bene i suoi compiti; ad un osservatore esterno, un voto migliore induce un incremento di credibilità e di fiducia nei confronti dell’allieva. Ma, il docente che ha esaminato l’allievo è competente?  

Fitch Ratings, Inc., è una agenzia americana di valutazione del credito. Una delle “big three” (le tre più accreditate), insieme a Moody’s e Standard & Poor’s, dei membri della NRSRO (nationally recognized statistical rating organizations) riconosciuti dalla SEC (U.S. Securities and Exchange Commission). Queste agenzie valutano l’insieme dei fattori economico finanziari di un Paese per stilare le valutazioni sul grado di solvibilità. 

Che voto ha preso l’Italia? Un BBB+ al quale è stata aggiunto l’outlook “stabile”, cioè ben consolidato. I voti vanno dalla testa AAA (certezza di solvibilità) fino al minimo D (certezza di default). Fra AAA e D, la scaletta è  AA+, AA, AA- e A+, A, A-; poi, tocca al gruppo dei nove B con i tre BBB, i tre BB, i tre B. Succedono poi i nove del gruppo C.  Quindi i livelli sono AAA più il gruppo A (6), più il gruppo B (9), più il gruppo C (9), e infine D. In totale 26. Una scaletta ben superiore a quella decimale usata a scuola; il che dà il senso della accuratezza e sofisticazione delle analisi. In più si dispone di almeno tre valutazioni indipendenti. Il che aumenta la probabilità della affidabilità di dette valutazioni. 

Che succede quando il rating è favorevole? Favorisce la valutazione positiva della salute economico finanziaria del Paese aumentando la credibilità verso clienti, fornitori e investitori; facilita l’accesso al credito; consente di ridurre il costo degli oneri finanziari; dà vigore alle emissioni di Buoni del Tesoro; mostra la bontà delle politiche economico finanziarie e fiscali; … e così via. 

In sostanza, è più accattivante trattare con un Paese a rating favorevole.

Come ha giustificato l’agenzia Fitch il voto all’Italia?

Ecco il commento: “maggiore fiducia nella traiettoria di bilancio … crescente prudenza fiscale … forte impegno nel rispettare gli obiettivi di bilancio nel contesto EU … contesto politico stabile …  continuo slancio riformatore …  riduzione degli squilibri … riduzione del deficit già al 3,1% del PIL nel 2024”. Il che è un auspicio per l’uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione europea.

Unica nota negativa, che però non ha impedito il salto di qualità, il debito pubblico, in aumento fino al 137,6% nel 2026, soprattutto per gli effetti derivanti dal Superbonus. 

Tutto oro quel che luce? Purtroppo no. Basti osservare che il voto BBB+ è l’ottava posizione in graduatoria: l’Italia è, ad esempio, in compagnia di Thailandia, Filippine, Bulgaria, Aruba (piccola isola stato al largo del Venezuela) e lontana da Slovenia, Malta, Lettonia, Polonia …. Ma quello che rattrista è la tabella seguente che mostra come nel 1986 l’Italia godesse di una tripla A e come da allora la politica economico finanziaria fiscale e sociale abbia distrutto questo Paese. Ogni commento è superfluo. Uscire dal baratro è una sfida epocale. 

La soddisfazione del Governo, però, appare giustificata. IL 20 settembre, il giorno dopo il voto, Giorgia Meloni scrive: “L’Italia ottiene una promozione da Fitch: la conferma che il percorso del nostro governo è quello giusto. Conti in ordine, responsabilità nelle scelte di bilancio, l’economia che si rafforza grazie all’aumento dell’occupazione: questi non sono slogan, ma risultati concreti”. 

Come contorno all’upgrading di Fitch si deve aggiungere lo spread con la Germania a 82 punti e l’azzeramento del differenziale con la Francia.

Allora? Liberi tutti? Niente affatto! Giorgetti si è affrettato ad avvisare tutti, tenendo bene i piedi per terra: “non c’è nessun tesoretto!”. 

L’opposizione è in subbuglio. Il PD dice che il merito non è del Governo né della crescita dei salari e della occupazione; ma è dovuta a tagli e sacrifici. Il M5S denuncia la pressione fiscale ai massimi, una spesa sanitaria ridotta, milioni di italiani vivono con meno di mille euro al mese, l’industria industriale crolla e i giovani sono sottopagati. 

Vero. Ma tutto ciò valeva anche prima quando il rating si inabissava. E, poi, c’entra come il cavolo a merenda. È populistico e da avanspettacolo. Tenere i conti in ordine è il primo passo per rilanciare il Paese perché genera credibilità, fiducia, sicurezza, entusiasmo, non solo all’esterno ma, principalmente, all’interno. E sono tutti fattori di crescita e sviluppo. 

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