Su richiesta della procura della Repubblica di Trani, il tribunale ha emesso un’ordinanza cautelare nei confronti di 57 persone -54 fisiche e 3 enti- per un totale di 84 capi d’imputazione. Le accuse, a vario titolo, comprendono associazione per delinquere, disastro e inquinamento ambientale, danneggiamento e deturpamento di beni paesaggistici, violazioni in materia di pesca, ricettazione, resistenza e minaccia a pubblico ufficiale, oltre a ipotesi di responsabilità amministrativa degli enti.
L’indagine, avviata nel 2023 a seguito di un sequestro, ha consentito di ricostruire l’intera filiera del commercio illecito: dalla raccolta distruttiva dei molluschi alla distribuzione a pescherie, ristoranti e privati.
Le attività investigative -pedinamenti, intercettazioni, riprese subacquee- hanno documentato l’esistenza di vere e proprie organizzazioni attive tra Molfetta e Barletta, con ruoli distinti tra pescatori, intermediari e ristoratori. Eseguite 25 custodie cautelari in carcere, 10 arresti domiciliari con braccialetto elettronico, 3 obblighi di dimora, 11 divieti di dimora o di esercizio dell’attività d’impresa e 10 sequestri preventivi di beni e locali. Secondo la Guardia Costiera, l’attività ha provocato danni ambientali “enormi e in larga parte irreversibili” ai fondali rocciosi, habitat naturale del dattero di mare, la cui pesca é vietata da anni.
“Attività devastante per il fondale marino”
Un’inchiesta che ha rivelato “come una attività tra le più devastanti per il fondale marino, era diventata prassi”. Indagini iniziate due anni fa dopo un sequestro e che pone domande “su una questione culturale, ovvero il consumo del dattero di mare che per essere recuperato richiede l’uso di strumenti come martelli, che danneggiano in alcuni casi irreversibilmente il fondale marittimo”. È quanto spiegato dal capo della Procura di Trani, Renato Nitti, sull’operazione portata al termine questa mattina dagli uomini della capitaneria di porto a Molfetta (Bari).
“Tutti sapevano della gravità e illegalità della loro condotta”, è stato sottolineato dal pm Francesco Tosto, che ha coordinato gli accertamenti investigativi, nel corso della conferenza stampa in cui si è parlato di una filiera che partiva “dal danneggiamento” per arrivare all’intermediazione, all’acquisto, e alla rivendita del pescato. La costa battuta dagli indagati partiva da Molfetta e arrivava a Barletta.
“Una vendita da oltre mezzo milione di euro con un danno inestimabile per l’ambiente”, ha evidenziato il comandante della capitaneria di porto di Molfetta, il capitano di fregata Raffaello Muscariello. Utili sono state le intercettazioni telefoniche “senza le quali non avremo potuto ricostruire la rete di relazione, i ruoli degli indagati e la loro consapevolezza di quello che facevano”, ha continuato il comandante della direzione marittima di Bari, l’ammiraglio Donato De Carolis. Secondo quanto accertato, gli indagati erano divisi “in tre gruppi che collaboravano tra di loro, si scambiavano i mezzi, sceglievano le giornate “per non sovrapporsi nelle attività”, ha riferito Nitti chiarendo che ognuno degli indagati aveva un compito.
“C’era il dattarolo -ha dichiarato Nitti- che con bombola e martello si immergeva per recuperare i datteri, c’era chi si occupava della intermediazione con pescherie, ristoranti e singoli acquirenti. Insomma, una filiera ben strutturata”. “Pensare che le intercettazioni siano uno strumento superato è qualcosa di completamente scollegato dalla dalla realtà”, ha concluso Nitti.

